Rivista per le Medical Humanities

L’idea fissa

Paul Valéry
Adelphi, Milano, 2008  

L’esperto di Medical Humanities è un amante vischioso. Tallona la medicina ovunque: al cinema, nei musei, nei seminari, in libreria. Solitamente, comincia con gli esercizi facili. Si allena con i classici. In genere, in questa fase predilige le ambientazioni canoniche: ameni sanatori svizzeri, tetri ospedali psichiatrici, straripanti lazzaretti. Oppure, si esercita con le grandi epidemie: ora ricostruendo la genealogia del contagio, ora seguendo pedissequamente il decorso del protagonista sifilitico. Poi, scopre il dettaglio. Adesso lo stimola l’episodio sussidiario, la filigrana. Alle corsie affollate preferisce furtive visite a domicilio, alle terapie croniche isolati ma miracolosi salassi, al tubercolotico l’untore. Da pedinatore miope si fa raffinato rabdomante. Nel tempo libero studia iconologia, fruga nelle tasche dei fenomenologi, si insinua negli archivi sanitari, sicuro di scovare nell’albero genealogico di qualche poeta minore le tracce di tare ereditarie ormai sopite. Lo si potrà vedere sorridere tronfio per avere riconosciuto, per primo, nella boccetta di bromuro scordata su un comodino da un personaggio secondario la chiave di un trascurato romanzo d’appendice.
Questo consumato rabdomante non si curerebbe certo dell’Idea fissa di Paul Valéry. Con cortese alterigia lo cederebbe a qualche collega inesperto. Il titolo, sfacciatamente esplicito, estratto senza sforzo dai manuali di psicopatologia, non stuzzicherebbe il suo appetito di scoperte sbalorditive, impensate. La dedica di Valéry «Al professor Henry Mondor e a tutti gli amici del corpo medico» lo rassicurerebbe sulla convenienza della rinuncia. L’identità del committente del libro, una ditta farmaceutica, soffocherebbe definitivamente ogni rimorso: nulla di più facile, di più perspicuo, di dichiaratamente medical humanities dell’Idea fissa. E nulla di meno genuinamente medical humanities, si potrebbe pensare.
Invece, benché l’autore stesso la valutasse un’«opera di circostanza, del tutto improvvisata», per di più «figlia della fretta», l’Idea fissa non è certo un’opera ingiunta, dettata dai suoi committenti o dai suoi destinatari. L’interesse di Valéry per la medicina è senz’altro autentico. Lo dimostra la presenza capillare e pervasiva di questa disciplina nella sua opera, dal Discours aux chirurgiens alle Fluctuations sur la liberté alle Histoires brisées. Dialogo serrato e paritario fra un medico e un intellettuale, forse un filosofo – combinazione che l’autore riproporrà in Socrate et son médecin – l’Idea fissa è un agile e gustoso compendio del pensiero di Valéry. Sia perché l’ostinato intellettuale del dialogo, Edmond T., richiama – anagraficamente e intellettualmente – Monsieur Teste, rigoroso avatar letterario dello stesso Valéry; sia perché nel dialogo ritroviamo le idee fissate nei Cahiers.
Ma come annunciato nella premessa, all’autore non interessa tanto spingere il lettore a una riflessione sulle idee che i due protagonisti si scambiano, quanto presentargli la possibilità di questo stesso scambio. Nulla di più dichiaratamente medical humanities. Corroborante per i segugi acerbi come per gli incalliti rabdomanti.

Chantal Marazia
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